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Pulsante WhatsApp sul sito: come metterlo e perché funziona meglio di un modulo

Il pulsante WhatsApp porta più richieste del modulo di contatto: quale numero usare, cosa scrivere nel messaggio precompilato, dove metterlo e quando è meglio evitarlo.

· di Vittorio Cipriano

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C'è un momento preciso in cui perdi la maggior parte dei clienti, ed è più tardi di quanto pensi. Non è quando cercano su Google: lì ti hanno trovato. Non è quando aprono il sito: lì sono ancora interessati. È trenta secondi dopo, quando hanno deciso che vogliono contattarti e devono scegliere come.

A quel punto il tuo sito gli offre due strade. Un numero di telefono, che vuol dire chiamare uno sconosciuto, spiegare chi sei, magari mentre sei in ufficio con altre persone intorno. Oppure un modulo con nome, cognome, email, telefono e un campo messaggio vuoto, che vuol dire scrivere una lettera e poi aspettare senza sapere se è arrivata.

Molte persone, davanti a quelle due strade, non ne prendono nessuna. Chiudono il sito e si dicono che ci penseranno. Non ci pensano mai.

Il pulsante WhatsApp esiste per questo terzo caso: chi ti vuole contattare ma non vuole né telefonare né compilare un modulo. È la ragione per cui, su molti siti di attività locali, è il contatto che porta più richieste di tutti gli altri messi insieme. Non perché sia una trovata: perché toglie l'unica cosa che stava tra il cliente e te, cioè lo sforzo.

Perché funziona meglio di un modulo

Vale la pena capire il meccanismo, perché è quello che poi ti dice dove metterlo e cosa scriverci.

Il cliente scrive da un posto che conosce già. WhatsApp non è un canale nuovo da imparare: ce l'ha aperto tutto il giorno. Scrivere a te ha lo stesso costo mentale di scrivere a un amico. Un modulo, invece, è una pagina che vede una volta sola nella vita.

Non deve presentarsi. Nel modulo devi dichiarare chi sei prima ancora di sapere se ti risponderanno. Su WhatsApp il nome ce l'hai già, e la conversazione parte dal problema: "buongiorno, avete disponibilità giovedì?". È il modo naturale in cui le persone chiedono le cose.

Vede che il messaggio è partito. Questa è sottovalutata. Dopo un modulo di contatto compare una scritta "grazie, ti risponderemo presto" e poi il buio: non sai se l'email è finita nello spam, se il modulo era rotto, se qualcuno leggerà. Su WhatsApp il messaggio è lì, con le due spunte. Il cliente sa di aver fatto la sua parte e smette di cercare alternative, cioè smette di cercare un tuo concorrente.

Non blocca né lui né te. Una telefonata richiede che tutti e due siate liberi nello stesso momento. Un messaggio no: lui scrive alle 22:40 dal divano, tu rispondi alle 8:30 del mattino, e per lui è normale. Per un'attività dove qualcuno risponde al telefono solo se non ha le mani occupate — un'officina, un salone, uno studio con la sala d'attesa piena — questo cambia molto.

Ti resta la conversazione. L'email di un modulo la leggi e la perdi. La chat resta: se quel cliente ti riscrive fra sei mesi, sopra hai tutto lo storico, cosa gli avevi fatto e quanto era costato.

Non è "il pulsante": sono tre cose diverse

Qui nasce quasi tutta la confusione, e anche il motivo per cui in molti siti WhatsApp c'è ma non porta niente.

Il link diretto alla chat. È il mattone di base: un indirizzo web che, quando qualcuno lo tocca, apre WhatsApp con la conversazione con te già aperta. Sul telefono apre l'app, sul computer apre la versione web. Il numero va scritto in formato internazionale, quindi per l'Italia con il prefisso davanti al numero, senza spazi e senza simboli. Una volta creato, quel link puoi metterlo dove vuoi: dietro un pulsante, dietro un'icona, in un'email, nella biografia dei social.

Un consiglio che vale più di qualsiasi guida: il link provalo tu dal tuo telefono prima di metterlo online, e fattelo provare da qualcuno che non ha il tuo numero in rubrica. È il controllo di dieci secondi che intercetta l'errore più frequente in assoluto, cioè il numero scritto male. Un pulsante WhatsApp con il numero sbagliato è peggio che non averlo: sembra funzionare, il cliente scrive, e il messaggio arriva a un estraneo.

L'icona flottante. È il cerchietto verde che resta fermo in un angolo mentre la pagina scorre. Ha un vantaggio vero: il cliente può contattarti nel momento esatto in cui gli viene voglia, senza dover tornare in fondo alla pagina a cercare. Ha anche un difetto, se fatta male: su schermi piccoli copre il testo, e quando copre il prezzo o il pulsante "prenota" fa più danni che altro. La posizione va scelta guardando il sito da un telefono vero, non da un computer con la finestra stretta.

WhatsApp Business. È un'applicazione diversa da quella che usi con gli amici, gratuita, pensata per le attività. Non serve per far funzionare il link — funziona anche col numero normale — ma cambia parecchio quello che puoi fare dopo: un profilo con orari, indirizzo e descrizione dell'attività, un messaggio automatico di benvenuto per chi scrive la prima volta, un messaggio di assenza fuori orario, risposte pronte per le domande che ti fanno sempre, ed etichette per non perdere di vista chi aspetta un preventivo.

La differenza pratica è tutta lì: il link porta le richieste, WhatsApp Business ti permette di reggerle quando diventano tante.

Quale numero ci metti (la decisione che rimandi e poi paghi)

Il numero personale è la scorciatoia che quasi tutti prendono e quasi tutti rimpiangono.

Finché le richieste sono due a settimana funziona. Poi diventano dieci al giorno, e succedono tre cose: non riesci più a distinguere i clienti dai messaggi di famiglia, non puoi delegare a nessuno perché nella stessa app c'è la tua vita privata, e soprattutto non puoi più tornare indietro — quel numero è ormai in giro, sul sito, sui volantini, nelle chat dei clienti. Cambiarlo dopo significa perdere richieste per mesi.

Se hai la possibilità di dedicare un numero all'attività, fallo adesso che il costo è zero. Se davvero non puoi, mettine uno solo e mettilo ovunque uguale: il numero WhatsApp del sito, quello della scheda Google e quello dei social devono essere lo stesso. Due numeri diversi in giro sono due code di messaggi, e una delle due prima o poi non la guarda più nessuno.

Il messaggio precompilato: l'occasione che quasi tutti buttano

Quando il cliente tocca il pulsante, la chat può aprirsi vuota oppure con una frase già scritta, pronta da inviare.

Lasciarla vuota è un errore silenzioso. La persona si trova davanti un cursore che lampeggia, deve inventare come presentarsi, e una parte di quelle persone chiude senza scrivere: aveva superato l'attrito del contatto, l'hai fatta inciampare all'ultimo metro.

La frase precompilata risolve questo, ma solo se è specifica. "Ciao" non serve a nulla. Serve una frase che dica da dove arriva e cosa vuole, perché così tu apri il messaggio e sai già di cosa parlare:

  • Su una pagina di un ristorante: "Buongiorno, vorrei prenotare un tavolo".
  • Su una pagina di un'officina: "Buongiorno, vorrei un preventivo per un tagliando".
  • Su una pagina che parla di un servizio specifico: il nome di quel servizio dentro la frase.

Il vantaggio grosso arriva quando usi frasi diverse su pagine diverse: dal messaggio capisci immediatamente quale pagina del sito sta producendo richieste vere. È il modo più semplice che esista per misurare un sito senza installare niente.

Attenzione a una cosa: la frase è modificabile dal cliente prima di inviarla, e deve restare una frase che una persona direbbe davvero. Se ci scrivi un testo pubblicitario in terza persona, molti la cancellano — e alcuni si insospettiscono, perché sembra un messaggio automatico invece di una conversazione.

Dove va messo (non solo in fondo)

Il posto sbagliato più comune è il piè di pagina, insieme all'indirizzo e alla partita IVA. Lì lo vede solo chi è arrivato alla fine, cioè chi era già deciso.

Il pulsante va dove nasce la domanda. In pratica: subito sotto i prezzi o le fasce di prezzo, perché è lì che il cliente pensa "sì ma nel mio caso quanto viene?". Accanto agli orari e alla disponibilità, perché lì pensa "avete posto giovedì?". Alla fine della descrizione di un servizio complesso, perché lì pensa "questo vale anche per me?". E nella pagina contatti, ovviamente, ma quella è l'ultima delle priorità: chi arriva alla pagina contatti ti avrebbe contattato comunque.

Sul telefono conta anche l'altezza: un pulsante nella parte alta dello schermo, raggiungibile con il pollice mentre si legge, viene toccato molto più di uno che richiede di risalire.

I cinque errori che lo rendono inutile

Nessuno risponde. È il più grave e il più comune. Un pulsante WhatsApp è una promessa di velocità: chi scrive lì si aspetta una risposta in ore, non in giorni. Se nessuno guarda quella chat, hai costruito un modo più veloce per deludere le persone. Prima di metterlo, decidi chi lo controlla e quando.

Non hai detto quando rispondi. Il cliente che scrive di domenica sera non sa se sei chiuso o se lo stai ignorando. Una riga accanto al pulsante — "ti rispondiamo negli orari di apertura" — o il messaggio di assenza di WhatsApp Business tolgono di mezzo il problema.

Hai tolto il telefono. WhatsApp si aggiunge, non sostituisce. Una parte dei tuoi clienti, spesso quelli che spendono di più, il telefono lo vuole ancora; e per l'urgenza vera — la perdita d'acqua, la serranda bloccata — nessuno si mette a scrivere. Tienili tutti e due ben visibili.

Lo stesso numero risponde in cinque modi diversi. Se in negozio siete in tre e rispondete a turno senza sapere cosa ha scritto l'altro, il cliente se ne accorge subito. Le etichette e le risposte pronte di WhatsApp Business servono esattamente a questo.

Il pulsante copre il contenuto. L'icona flottante che sta sopra il prezzo, il menù o il pulsante di prenotazione: succede quasi solo sui telefoni, e chi ha costruito il sito non se ne accorge perché lo guarda dal computer.

Le cose delicate, dette con franchezza

Su WhatsApp arrivano messaggi che contengono dati delle persone, e in qualche settore arrivano dati parecchio più sensibili di un nome e un numero.

Se hai uno studio medico, un poliambulatorio, uno studio dentistico o professionale, la questione va posta prima di attaccare il pulsante, non dopo: il canale è comodo proprio perché il paziente ci racconta tutto, compreso quello che non dovrebbe scrivere in una chat. La strada sensata è invitare a usarlo per la parte organizzativa — disponibilità, appuntamenti, documenti da portare — e spostare il resto in studio o al telefono, dicendolo chiaramente nel messaggio di benvenuto.

C'è poi il tema di dove finiscono quelle conversazioni: sul telefono di chi risponde, spesso di proprietà di un dipendente, spesso senza codice di sblocco. Vale la pena decidere in anticipo di chi è quel telefono e cosa succede se quella persona cambia lavoro. Questo è un orientamento generale, non un parere legale: se lavori in un settore regolato, la formulazione precisa dell'informativa e delle regole interne va confrontata con il tuo consulente o con il tuo Ordine.

Quando NON metterlo

Ci sono casi in cui è meglio di no, e preferiamo dirlo anche se costa una vendita.

Se non c'è nessuno che può leggere i messaggi durante la giornata — sei da solo, lavori con le mani occupate, e la sera hai il telefono pieno — un pulsante WhatsApp ti farà solo accumulare richieste a cui rispondi tardi. Meglio un numero di telefono ben visibile e un modulo che ti manda un'email che leggi quando puoi.

Se il tuo servizio richiede sempre un sopralluogo o dati che in chat non si possono raccogliere, il pulsante genera venti scambi di messaggi per arrivare dove una telefonata di tre minuti arriva subito.

E se stai per metterlo su un sito che non riceve visite, non è il pulsante il problema: nessun pulsante converte un traffico che non c'è.

Come capire se sta funzionando

Senza strumenti complicati, tre indicatori bastano.

Conta le richieste che arrivano da WhatsApp e confrontale con quelle del modulo nello stesso periodo: se dopo un mese il modulo è fermo e la chat si muove, hai la risposta. Guarda i messaggi precompilati che ricevi, perché ti dicono da quale pagina arrivano le persone. E soprattutto guarda quanti di quei contatti diventano lavoro vero: cento messaggi che non si trasformano in un appuntamento valgono meno di dieci che lo fanno, e in genere significa che il pulsante sta intercettando curiosi perché la pagina prima non ha spiegato abbastanza.

Un ultimo posto dove vale la pena averlo: la scheda Google della tua attività, che permette di collegare un contatto WhatsApp e mostrarlo a chi ti trova dalla ricerca o dalle mappe senza passare dal sito.

In sintesi

Il pulsante WhatsApp non è un dettaglio grafico da aggiungere in fondo alla lista. È la decisione su come vuoi che ti contattino le persone che ti hanno già scelto, ed è il punto in cui la maggior parte dei siti di attività locali perde richieste senza accorgersene, perché il cliente interessato non ha trovato un modo comodo per farsi avanti.

Le cose da decidere sono poche e sono tutte tue: quale numero, chi risponde e in che orari, cosa c'è scritto nel messaggio che parte, e in quali punti del sito il pulsante compare. Il codice da incollare, in confronto, è la parte facile.

Se vuoi sapere come sta messo il tuo sito su questo — se il contatto è raggiungibile dal telefono, se i pulsanti si vedono dove servono, se le richieste hanno una strada breve per arrivare a te — facciamo un controllo gratuito del sito e ti mandiamo cosa non va e in che ordine sistemarlo, senza impegno e senza tecnicismi. Se poi preferisci farlo da solo o farlo fare a qualcun altro, va benissimo lo stesso: l'elenco resta tuo.

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